Default Mode Network
Stronger default mode network connectivity is associated with poorer clinical insight in youth at ultra high-risk for psychotic disorders. By Clark S et al. Schizophr Res. 2017 Jul 5. pii: S0920-9964(17)30382-1
Il Default Mode Network (DMN) è una rete funzionale, identificata di recente, di aree cerebrali maggiormente attive durante il riposo (resting), che vanno incontro a un calo dell’attività (deattivazione) quando il soggetto è chiamato a eseguire un’ampia gamma di compiti cognitivi. Queste aree svolgerebbero quindi una “attività di fondo”, in assenza di stimoli esterni, destinata ad un lavoro mentale principalmente introspettivo e di elaborazione di ricordi autobiografici, progetti e azioni future. Le indagini su questo tipo di attività a riposo e sulla correlazione funzionale esistente tra le singole aree cerebrali che compongono il DMN sono cominciate solo negli ultimi anni ed hanno portato ad ipotizzare un coinvolgimento di questa rete nella memoria ed in patologie psichiatriche e neurologiche. Alterazioni a carico del DMN in pazienti psicotici sono state infatti individuate in diversi studi, rendendo questa patologia la seconda maggiormente studiata, dopo la Malattia di Alzheimer, per quanto riguarda l’associazione con variazioni di tale network rispetto ai soggetti sani. Le ricerche iniziali avevano riportato una diffusa e non specifica disconnessione, tendente alla ipoconnettività, del DMN in pazienti analizzati in condizione di riposo (Liang et al., 2006). Bassett et al. (2012), analizzando con fMRI questo network a riposo in pazienti schizofrenici cronici, non hanno rilevato differenze di attività tra le singole aree, mentre per quanto concerne la connettività tra differenti aree, essa si presentava ridotta, riduzione che viene riscontrata anche in altri studi, sempre effettuati su pazienti cronici: diminuita connettività tra PCC e ippocampo (Rotarska-Jagiela et al., 2010). Vi sono però studi che hanno riscontrato una condizione non di ipofunzionamento, ma di aumentata connettività funzionale a livello dell’intero network, sempre in condizioni di riposo. Zhou e collaboratori (2007) individuarono, in un gruppo di pazienti con Schizofrenia paranoide, la presenza di iperattività e di aumentata connettività tra le aree del DMN, che supposero essere indicative della tipica sintomatologia dei pazienti schizofrenici, come pensiero introspettivo e autoreferenziale. Anche per quanto riguarda l’esecuzione di task, non sono stati riscontrati risultati univoci: in alcuni studi si è osservata la presenza della tipica deattivazione delle aree del DMN (Mannell et al., 2010; Harrison et al., 2007), anche se nella Schizofrenia si è maggiormente rilevata una mancata deattivazione (minori task induced deactivations; TIDs) delle aree del DMN, che provocherebbe ridotta riallocazione di risorse verso le aree esecutive con conseguentemente peggiori performance durante lo svolgimento del compito. Salgado-Pineda e collaboratori (2010), in uno studio con tecnica fMRI in cui 14 pazienti affetti da Schizofrenia e 14 controlli sani dovevano eseguire due differenti task che richiedevano l’identificazione e la classificazione di espressioni del viso, hanno riscontrato un’incapacità nella deattivazione, sia nelle aree anteriori che in quelle posteriori del DMN. Confrontando i loro risultati con altri studi in cui venivano eseguiti task di working memory e quindi compiti che richiedevano maggiori funzioni esecutive, sostennero che, a seconda del compito svolto, più o meno esecutivo, differenti aree del DMN presentavano ridotta deattivazione: in compiti che richiedono minori funzioni esecutive e maggiori funzioni cognitive la carente deattivazione è distribuita attraverso tutto il network, mentre se il compito richiede superiori capacità esecutive, si ha una ridotta deattivazione a livello delle aree anteriori del DMN. In molti studi si è tentato quindi di correlare le alterazioni del network con la sintomatologia. Infatti, alcuni sintomi positivi, come i deliri persecutori e le allucinazioni, sembrano derivare da un’alterata attribuzione dei pensieri e delle intenzioni altrui e da una ipersensibilità verso l’ambiente esterno e l’interiorità, condizioni che sarebbero dovute ad alterazioni del DMN (Broyd et al., 2009). Whitfield-Gabrieli e collaboratori (2008) domostrarono come l’iperattività riscontrata poteva portare a confondere il normale confine presente tra pensieri interni e percezioni esterne, determinando allucinazioni, e che l’eccessivo funzionamento del DMN conduceva il soggetto a un esagerato senso di “self-relevance”, determinando deliri di persecuzione e di riferimento. Per quanto concerne i sintomi negativi e i deficit cognitivi, Garrity e collaboratori (2007) rilevarono nei pazienti schizofrenici una maggiore deattivazione delle aree frontali, confermando l’importanza della “ipofrontalità” nella Schizofrenia come responsabile della disorganizzazione cognitiva. È importante sottolineare, inoltre, come non sia ancora chiaro quale sia la reale influenza della terapia antipsicotica sull’attività del DMN. La relazione esistente tra Schizofrenia e DMN richiede quindi ulteriori ricerche, a causa della disparità nella metodologia utilizzata negli studi e dei risutati ottenuti, e la necessità di trovare un nuovo metodo più efficace di analisi del network, tenendo sempre in considerazione l’influenza esercitata dai trattamenti farmacologici e la durata di malattia. Infine, sono stati recentemente effettuati studi su soggetti ad alto rischio di Schizofrenia che stressano il concetto per cui le anormalità presenti nel DMN potrebbero potenzialmete indicare i soggetti ad alto rischio per psicosi (Shim et al., 2010).